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SALVATORE GIULIANO

di Franco Cicero

Dimensione epica e cronaca nera si mescolano nella figura di Salvatore Giuliano. A più di cinquant'anni dalla morte, avvenuta il 5 luglio 1950, non si placano gli animati dibattiti attorno a un personaggio diventato, malgrado tutto, emblematico. Un dato fa riflettere: la sua giovane età. L'esistenza di Giuliano, infatti, si consumò in meno di 28 anni. Era nato a Montelepre, in provincia di Palermo, il 16 novembre 1922, appena pochi giorni dopo la "marcia su Roma" che aveva consegnato l'Italia al ventennio fascista. In un altro anno cruciale, il 1943, in settembre, cominciò la latitanza di Giuliano, in fuga dopo aver ucciso in un conflitto a fuoco un carabiniere che l'aveva ferito e si accingeva ad arrestarlo con l'accusa di contrabbando di frumento.
È indubbio che in Sicilia si incrociarono eventi eccezionali durante il secondo conflitto mondiale e nell'immediato dopoguerra, trovando in Salvatore Giuliano un elemento catalizzatore, al di là della sua stessa volontà: eroe o bandito, moderna incarnazione di Robin Hood oppure criminale, difensore dei poveri però macchiato dal sangue degli innocenti periti nella strage di Portella delle Ginestre. Infine ucciso in circostanze mai ufficialmente chiarite, tradito dal suo uomo di fiducia, dal braccio destro, dall'amico più caro, Gaspare Pisciotta: come a teatro, in una tragedia greca o elisabettiana.
La Sicilia come "laboratorio": un'espressione immaginifica, spesso usata per titoli giornalistici a effetto, ma che contiene in sé un fondo di verità. Il territorio siciliano è un crocevia particolare in quel periodo: è la sede della svolta bellica con lo sbarco delle truppe alleate nel luglio 1943; vede affermarsi un articolato e diffuso movimento separatista, poi però rapidamente assorbito e quasi rimosso; diventa un luogo di scontro durissimo sulla proprietà terriera, eterno rovello di tutte le società basate sull'economia agricola. Sullo sfondo, la mafia e la politica (nazionale e internazionale), incarnate da misteriosi protagonisti, quasi sempre dietro le quinte o meglio impegnati a tenere gli invisibili fili che hanno animato i "pupi" di un reale e sanguinoso "teatrino".
La Storia incide nell'immaginario collettivo proponendo simboli e così - spesso attraverso processi esemplificativi - la vicenda personale di Salvatore Giuliano è stata subito perfetta per stagliarsi con nettezza nel "laboratorio" siciliano. Non è la sede, tuttavia, per proporre un'analisi su fatti e circostanze: conta piuttosto sottolineare come Giuliano sia stato uno dei primi protagonisti della comunicazione di massa. Ancora in Italia non era arrivata la televisione: fotografia, giornalismo e cinema, quindi, sono stati gli strumenti della diffusione della sua immagine, con una velocità che allora sembrava sorprendente, ma che oggi, al tempo della globalizzazione, fa sorridere.
Sebbene non abituato ai contatti col mondo esterno, Giuliano dà l'impressione di essere stato un attento gestore della propria immagine. Restano proverbiali alcune sue fotografie, che paradossalmente ne esaltano il fascino e il mito. Come pure appare accorto e ponderato il suo approccio con la stampa. Nessun attuale stratega delle pubbliche relazioni avrebbe potuto meglio consigliarlo in merito alle interviste da concedere, con tempi e modalità del tutto "avventurosi".
Personaggio già mediatico in vita, Giuliano ha alimentato dopo la sua morte una vasta produzione bibliografica. Soprattutto ha ispirato uno dei più grandi film italiani di tutti i tempi: "Salvatore Giuliano" di Francesco Rosi, realizzato nel 1960. Durante la lavorazione, come ha spiegato lo stesso regista, sul ciak era scritto un titolo diverso: "Sicilia '43-60". Il titolo provvisorio, puntando sull'oggettività ambientale, risponde meglio alla costruzione del soggetto e della sceneggiatura, di cui è autore lo stesso Rosi con Suso Cecchi D'Amico, Enzo Provenzale e Franco Solinas. Più che alla biografia di Giuliano, Rosi - autore d'impegno civile per eccellenza - è attento alla storia siciliana e ai riflessi su quella nazionale. La biografia di Giuliano interessa Rosi solo a partire dai collegamenti col M.I.S. (Movimento Indipendentista Siciliano), cui Salvatore aderiva fin dall'aprile '43, e successivamente con l'emanazione armata, l'E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendenza Siciliana), di cui nel maggio '45 Giuliano sarebbe diventato colonnello. La seconda guerra mondiale era ufficialmente conclusa, ma in Sicilia non si sopivano le istanze separatiste, parzialmente soddisfatte dall'approvazione dello Statuto regionale il 15 maggio 1946. Il film di Rosi descrive gli scontri della banda di Giuliano con le forze dell'ordine e mette in relazione la strage di Portella delle Ginestre, contro i lavoratori che festeggiavano il Primo Maggio del 1947, con la vittoria di pochi giorni prima, il 20 aprile, delle sinistre alle elezioni regionali: una reazione violenta anticomunista, quindi, alimentata dai latifondisti. Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, con la netta affermazione della Democrazia cristiana sostenuta anche da Giuliano, per lui inizia la parabola discendente fino all'uccisione. Ma il film contiene anche il processo per la strage di Portella delle Ginestre, presso la Corte d'assise di Viterbo, la cattura di Pisciotta e il suo avvelenamento - con la fatidica tazzina di caffè - nel carcere palermitano dell'Ucciardone, il 9 febbraio '54, e altri eventi collegati fino a pochi mesi prima dell'inizio della lavorazione.
Questi, sommariamente, i fatti su cui è costruito il film di Francesco Rosi. Ma il valore autentico della pellicola risiede nello stile narrativo scelto dal regista, articolato attraverso flashback che giostrano tra passato e presente, con toni ora documentaristici, ora di finzione, sottolineati dal ritmo tipico del "film inchiesta". Lo spiegò lo stesso Rosi all'eccellente direttore della fotografia (in bianco e nero) Gianni Di Venanzo: "Io voglio che la fotografia abbia tre toni diversi: un tono evocativo per le vicende del passato, un tono da servizio fotografico per Castelvetrano, un tono addirittura cronachistico, televisivo, per le scene del processo".
Si aggiunga poi che, nonostante il titolo, Giuliano non ha una parte principale nel film: è interpretato dal debuttante Pietro Cammarata, mentre Salvo Randone ha il ruolo del presidente della Corte d'assise e Frank Wolff quello di Pisciotta. Giuliano nel film è quasi un'astrazione, spesso riconoscibile soltanto per lo spolverino bianco che indossa.
Una curiosità anagrafica: Francesco Rosi è nato a Napoli il 15 novembre 1922, un giorno prima di Salvatore Giuliano.
Sull'onda del successo di critica e anche di pubblico del film di Rosi, va menzionata, giusto per la cronaca, la realizzazione, sempre nel '61, di una pellicola misconosciuta, "Morte di un bandito", in cui Giuliano è interpretato da Francisco Rabal e nel cast figurano Giorgio Albertazzi e Sergio Fantoni, per la regia di Giuseppe Amato su sceneggiatura di Giuseppe Berto.
Una logica diametralmente opposta a quella di Rosi è seguita da Michael Cimino nel suo "Il siciliano", del 1987. Un film sul quale si caricavano significative attese su come il regista premio Oscar per "Il cacciatore" avrebbe rivisitato la figura di Giuliano, partendo dal romanzo di Mario Puzo, il creatore del "Padrino". Il risultato fu deludente: un fiasco commerciale e una serie di critiche negative, in attesa - forse - di rivalutazione perché Cimino stesso riconosce la propria paternità su una versione del film di 146 minuti, mai distribuita in Italia dove circolò un'edizione di 115 minuti. Resta, tuttavia, visibile la differenza concettuale: a Cimino non interessa la verità storica, bensì l'ambientazione metaforica e l'idealizzazione del personaggio, resa ancora più evidente dalla scelta di un attore in vista come Christopher Lambert, mentre il ruolo di Pisciotta è sostenuto da John Turturro.
Nel 1986, all'Opera di Roma è stata rappresentata un'opera lirica in un atto, intitolata appunto "Salvatore Giuliano", composta dal maestro torinese Lorenzo Ferrero, autore di musica classica contemporanea. In versione tedesca, l'opera è stata rappresentata anche a Würzburg nell'87 e a Kassel nel '96 ma non è ancora entrata in repertorio.
Adesso dalla figura di Giuliano nasce un musical. Anzitutto va sottolineato l'evento artistico: un musical creato interamente in Italia, su un personaggio nazionale; anzi esattamente in Sicilia, grazie al sicuro talento del maestro messinese Dino Scuderi, che ha concepito l'idea e l'ha portata avanti con sensibilità e determinazione, avvalendosi per i testi dell'apporto di Franco Ingrillì e Pierpaolo Palladino, che hanno lavorato alla scrittura di un linguaggio in grado di mantenere le sonorità del dialetto siciliano e al tempo stesso di risultare comprensibile a tutti. Dalla riconosciuta qualità musicale di Scuderi, dall'esperienza di un regista stimato come Armando Pugliese, dalla bravura di interpreti applauditi come Giampiero Ingrassia, chiamato a incarnare il protagonista, e Tosca nel ruolo della sorella Mariannina, non scaturisce la ricerca di soluzioni sociali o politiche, ma la qualità di un'operazione artistica originale nel segno della grande musica.